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Paolo Giaretta

Paolo Giaretta
 
   
27/06/2011
Padova
Incontro con Anna Vinci, autrice del libro "I diari segreti di Tina Anselmi"
Presentazione di Paolo Giaretta

E' un grande merito di Anna Vinci avere assolto con grande rigore scientifico al compito affidatole dalla sua cara amica Tina Anselmi di di curare la pubblicazione quanto la presidente della Commissione sulla P2 andava annotando, giorno per giorno, con l'immediatezza dell'appunto, su notizie, episodi,  fatti più significativi dei lavori della Commissione.
Quando con Anna Vinci avevamo impostato questo incontro pensavamo di dovere parlare di storia. Una storia importante per la difesa della legalità repubblicana dall'assalto di una rete di malfattori. Una storia del coraggio di una donna, di una politica di qualità che seppe affrontare una emergenza democratica con rigore e determinazione, non facendosi piegare dalle convenienze.

Invece ci troviamo a parlare dell'attualità. Non solo di come siano attuali gli insegnamenti della battaglia democratica di Tina Anselmi, ma di come l'attualità della P4 ci obblighi a parlare delle stesse cose di allora, delle stesse deviazioni, della stessa mancanza di un'etica pubblica.

Sono gli stessi i protagonisti. Magari comprimari di allora sono diventati protagonisti. La tessera n. 1816 era stata rilasciata ad un imprenditore rampante, oggi quell'imprenditore è diventato il Presidente del Consiglio. La tesserea n. 2232 era stata rilasciata ad un politico di seconda fila in crisi di identità (come confessò ai commissari della Commissione d'inchiesta), oggi quel politico è diventato il capogruppo alla Camera del Partito delle Libertà. La tessera n. 2003 fu rilasciata ad un giornalista dell'ANSA ben raccomandato dal potere politico, oggi quel giornalista, Luigi Bisignani, sembra essere diventato il sole attorno a cui ruotano rilevanti sistemi di potere: ministri, generali, manager pubblici, uomini di spettacolo, poteri economici, ecc.

Ci sono gli stessi progetti politici. E' inutile girarci attorno: se uno va a rileggersi il famoso piano di rinascita di Gelli trova consonanze inequivocabili, particolarmente sulle politiche istituzionali, sul parlamento, la magistratura, con le ambizioni programmatiche di Silvio Berlusconi.

E' lo stesso atteggiamento di disprezzo delle regole, delle istituzioni, dell'etica pubblica. L'unica cosa che conta è l'affermazione del proprio potere personale, di essere al centro delle reti di potere, e di potere oscuramente dominarle.
E' la stessa idea di un Paese che considera l'etica pubblica un optional. Buono per qualche convegno, a Capri o a Santa margherita, che riguarda sempre gli altri. Perchè non può che essere sconfortante leggere dalle intercettazioni che un uomo potente come il Presidente di Confindustria Luca Cordero di Montezemolo ricorresse a Bisignani per raccomandare al Direttore generale della Rai Masi il pagamento di alcune competenze dovute alla ex compagna...Uno degli uomini potenti del paese deve ricorrere ai servigi di un intermediatore, condannato per gravi reati, e non se ne vergogna. Non avrebbe potuto telefonare direttamente al direttore generale? Si raccomanda, ed in cambio Bisignani gli chiede di mandare una Maserati in prova a Masi. E chissà quanto sarà durata questa prova: e dopo si parla di un privato temprato dal mercato e del pubblico dei fannulloni.

E' la stessa tattica di fronte a chi cerca di aprire squarci di verità. Sempre la stessa regola così ben descritta da Alessandro Manzoni nella Milano seicentesca: negare, sopire, troncare...E' interessantissima la lettura della lettera che due commissari del PSI inviarono all'Anselmi, contestandone la conduzione della Presidenza. Dicevano i commissari " rileva una gestione ed un metodo di lavoro oscillatorio, soggetto all'emotività (e già, una Presidente donna è emotiva..., riemerge il maschilismo latente) e ad influenze politiche esterne. La commissione corre il rischio di inseguire piste non suffragate da elementi certi, contribuendo a sollevare polveroni" Ecco la magica parola che ritorna sempre, oggi come ieri: polveroni. Polverone le intercettazioni su Ruby, sulle olgettine, su villa Certosa, polverone i servizi giornalistici sugli scandali di regime. Ogni richiesta di trasparenza è un polverone. Chi usa questa parola in realtà cerca lui di provocare un polverone che nasconda la verità.

Un secondo aspetto. Le carte della Anselmi non aggiungono nulla di sostanziale alla conoscenza di fatti che avessero rilevo penale. Certo l'Anselmi non era di quei politici che scrivono diari segreti da rinviare a futura memoria, occultando fatti significativi. Semmai emergono con molto pudore, ma chiaramente, le tanti pressioni esplicite o oblique perchè il lavoro fosse prudente, salvaguardasse certi ambienti, ecc. Emerge la solitudine anche in alcuni momenti dell'Anselmi, come è inevitabile quando si devono assumere decisioni scomode e si deve svolgere un compito istituzionale che non consente mediazioni sugli aspetti fondamentali. Il Segretario della Commissione dott. Di Ciommo dice che la forza dell'Anselmi era "una sua rustica semplicità". Ritratto quanto mai veritiero per chi ha avuto la fortuna di conoscere l'on. Anselmi. Con il tratto semplice di una donna del popolo, non avvolta nelle convenzioni e convenienze dell'ipocrisia del palazzo, e tuttavia intelligente conoscitrice delle regole del potere, capace di usarlo per il bene comune, in cui proprio la semplicità era la forza: su certe cose non si poteva e non si doveva transigere. Il dott. Di Ciommo riporta un episodio di cui fu spettatore, quando un autorevole personaggio politico invitò l'Anselmi a non approfondire gli aspetti che erano emersi riguardanti lo IOR e Mons. Marcinkus. L Anselmi cercò di argomentare che era anche dal punto tecnico impossibile non tener conto dei fatti che erano emersi, ma poi di fronte ad una insistenza dell'interlocutore che diventava aggressiva "l'Anselmi - scrive Di Ciommo - sbottò e tirando un gran pugno sul tavolo gli urlò in faccia che certo lei non aveva fatto la resistenza per finire la carriera per proteggere le malefatte di qualche monsignore". L'interlocutore dovette ritirarsi in buon ordine.

Ciò che emerge dalle intercettazioni sulla P4 potranno essere sufficienti  o meno a delineare la rilevanza del quadro penale, e non spetta a noi formulare questo giudizio. Certo sono sufficienti a dare un giudizio politico sullo spaccato del potere che emerge e delle sue degenerazioni.
Pensiamo alle donne protagoniste delle due vicende. Ai tempi della P2 due donne, la cui solidarietà femminile si pone a servizio delle istituzioni. Nilde Jotti, Presidente della Camera dei Deputati, anticipa tutti con grande saggezza e propone alla Anselmi di assumere la presidenza: capisce che una commissione così delicata doveva essere espressione del partito di maggioranza di allora (la DC) ma pone al sicuro la Commissione individuando tra i democristiani una personalità al di sopra di ogni possibilità di condizionamento. E l'Anselmi accetta, chiedendo consiglio a qualche amico, non ai vertici del suo partito, sapendo che da quell'incarico (non era certo una sprovveduta) ne sarebbero venute più spine che onori, ma sapendo che ci sono doveri di servizio alla Repubblica a cui non ci si può sottrarre. Sono quelle solidarietà che nascono dalle storie condivise, di battaglie parlamentari anche su schieramenti opposti, ma condividendo valori, atteggiamenti rigorosi, serietà.

Ai tempi della P4: altre donne. Ad esempio due Ministre, la Gelmini e la Prestigiacomo, che fanno di Bisignani (insisto, un signore condannato per gravi reati) il loro confidente, il loro consigliere, il professore a cui chiedere un giudizio positivo per come si sono aggirate nei meandri del potere. Lo Stato che in quel momento rappresentano, volontariamente asservito ad un dominus posto al centro di una rete di convenienze, di corruzioni, di complicità al di fuori di ogni rispetto del bene pubblico. La gestione del potere ridotto ad esercizio da salotto, ad una sorda lotta per emergere a danno degli altri protagonisti, con ogni mezzo ed ogni disinvoltura.

Il bene ed il male, il giusto e l'ingiusto, il bianco e il nero. Spesso si presentano nella vita confusi in mille sfumature. Ma qui sono due spaccati di vita vissuta del potere di esemplare chiarezza: da una parte i miasmi maleodoranti dell'asservimento dell'interesse pubblico alle ambizioni private, dall'altro il buon odore di pulito di servitori dello Stato che non guardano alle proprie convenienze. Dacia Maraini riporta nella prefazione una bella frase di Nilde Jotti: "Non che noi fossimo migliori dei politici di oggi, ma le nostre robuste ambizioni erano contenute da un comune sentire". Era una generazione che sentiva sulla propria pelle il peso ed il dolore della fatica della democrazia riconquistata.
L'Anselmi che tenne la schiena dritta in questo servizio al paese non ebbe particolari riconoscenze. Le ebbe certamente dalla gente comune, dai suoi elettori, dalla stima e dall'affetto di cui la circondarono. Del resto non si fece particolare vanto di questo suo difficile lavoro. Anche negli organi della DC veneta ricordo bene che non cercò particolari benemerenze e particolari solidarietà. Nel 1992 cessa la sua attività parlamentare, ancora relativamente giovane e non avrà altri incarichi, anche se proseguirà una attività di animazione politica e culturale, fino a quando lo ha consentito la salute.

Dal "diario segreto" emerge perciò l'immagine di una donna forte, con il senso del decoro, dell'onore e del servizio alle istituzioni.
Tra i tanti foglietti dei diari compare il 12 marzo 1982 una annotazione quasi drammatica. Si leggeva sulla stampa di notizie di un accordo DC/PSI per una rapida conclusione dell'attività delle Commissione, "al fine -annota l'Anselmi - di coprire i responsabili di tanti fatti sui quali occorre fare luce...Non so ancora ma cercherò di saperlo quale è stata la merce di scambio. In ogni modo andrò avanti e cercherò che questo disegno non si realizzi...Non c'è un limite morale e politico nel compromesso politico?"

E' veramente il ritratto di Tina Anselmi. Accorta e tutt'altro che ingenua, consapevole dei baratti che potevano intervenire. Ma ostinata: cercherò che questo disegno non si realizzi. Così, seccamente, senza lamentele o recriminazioni. Solo una sconfortata e drammatica constatazione: non c'è dunque un limite? Per Tina il limite c'è stato e netto, e questa è stata la sua forza.


 



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